La Dimora nel Verde [Racconto] | Storie da Azeroth | Forums

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La Dimora nel Verde [Racconto]
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5 febbraio 2018
20:23
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Artigiano di Azeroth
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(off: salve a tutti! Qualche tempo fa, decisi di recensire il nuovo sistema di “Housing Personale” ma si trasformò presto in un vero e proprio racconto! Abbandonate qualunque attività, mettetevi comodi e dispiegate le ali dell’immaginazione. Si preannuncia un lungo viaggio tra i cieli della mia fantasia!)

                                                      

Mi trovavo nella guglia più alta della Violet Citadel, intenta a scrivere alcuni appunti. Sentii un’entità bussare alle porte della mia mente e, dopo averne accuratamente verificato la natura, l’accolsi.

Discutemmo a lungo del più e del meno, finché non esposi la mia visione del mondo. Qualcosa nelle mie parole suscitò l’attenzione dell’entità. Infatti, quand’ebbi terminato, prese la parola proponendomi di guidare tutti coloro che ne fossero interessati. A ciascuno di loro, avrei fornito le lenti della conoscenza, risaltando ciascun dettaglio della propria vita quotidiana. Come compenso per i miei sforzi intellettuali, la possibilità di spostare la proprietà in un luogo a scelta nel mondo conosciuto, arricchendola di oggetti. Coloro che avrei ritenuto all’altezza del compito, avrebbero diffuso i miei insegnamenti, operando in autonomo ed ottenendo i medesimi benefici. Vidi nelle sue parole un’opportunità e, senza indugiare oltre, accettai. L’entità mi ringraziò esclamando soddisfatta e sparì così come arrivò.

La giornata assunse una piega del tutto inaspettata. Mi affacciai alla finestra, contemplando il fantastico panorama. La scelta era davvero ardua, poiché il mondo offriva svariate meraviglie geografiche. Me ne vennero in mente alcune e decisi di recarmi in ognuna. Trascorsero le ore, ma senza alcun esito positivo. Nonostante attratta da quei luoghi, nessuno accese la fiamma della passione.

Sospirai frustrata, seduta sulla baia d’un isolotto in mezzo al Loch. Era l’ultima tappa della mia ricerca e si rivelò inconcludente; nel girarmi, volsi lo sguardo al tramonto. Il sole era appena visibile, coperto dal lenzuolo di catene montuose. I colori del crepuscolo risaltavano la vegetazione circostante, conferendole un aspetto mistico. Approfittai di quella pace sensoriale per immergermi nei pensieri, alla subdola ricerca d’uno spiraglio di luce nell’apparente oscurità. Rammentai la lussureggiante giungla di Feralas, dimora di antichi gioielli architettonici come la città di Eldre’Thalas. Quasi diecimila anni prima della Grande Separazione, la regina Azshara incaricò un gruppo di Alti Elfi, noti come Shen’dralar, di curare e proteggere i suoi più preziosi tomi. Dediti alla causa della loro amata regina e guidati dal principe Thortheldrin, si addentrarono nel cuore della nebbiosa Feralas, fondando la gloriosa città di Eldre’Thalas. Si dice che durante la Guerra degli Antichi, uno degli Dei Selvatici, nonché il feroce lupo bianco Goldrinn, aiutò gli elfi della notte a difendere la città dalla Burning Legion. La distruzione del Pozzo dell’Eternità originò innumerevoli terremoti che sgretolarono la crosta di Kalimdor; un instabile vortice di magia arcana si aprì nel cuore del continente, inghiottendo una buona parte delle terre emerse. Più ad ovest, Il principe Thortheldrin unì la propria energia a quella dei suoi seguaci ed insieme issarono una barriera magica intorno ad Eldre’Thalas, proteggendola dalla catastrofe. Le onde distruttive divagarono per tutto il mondo. frammentandolo in diversi continenti e piccoli arcipelaghi. Quando la tempesta si fu placata, il principe e i suoi Shen’dralar scoprirono di non poter più attingere a quella fonte di magia, sprofondando in uno stato di torpore e isolandosi all’interno della loro città. Più tardi, il principe Thortheldrin formulò un piano che avrebbe rivitalizzato il suo popolo per alcune generazioni, ma che ne sarebbe stato anche la rovina. Nei secoli successivi alla tragedia Shen’dralar, le rovine di Eldre’Thalas sarebbero state note come Dire Maul e colonizzate da una moltitudine di creature, specialmente Ogre.

Innumerevoli sono le regioni che mi attraggono, ma altrettanto poche quelle che riescono a catture i miei pensieri. Decisi dunque di raggiungere la verdeggiante giungla, al fine di inebriarmi dell’umida aria e crogiolarmi nella sua storia.

Per velocizzare i tempi, decisi di recarmi al mercato nero e il goblin delegato per i teletrasporti in sede di Gilda. Questi mi rispose gracchiando e un attimo dopo mi materializzai sulla spiaggia delle Wetlands. Rivolsi l’attenzione all’umano delegato nei teletrasporti e chiesi di spedirmi a Dire Maul. Chiusi gli occhi sentendo il mio corpo dissolversi e, quando li riaprì, percepì la nuda roccia sotto i miei piedi. Mi trovavo nelle rovine dell’antica città elfica, traboccanti d’ogre. Superai senza intoppi le guardie, uscendo dalle mura poco dopo; chiamai la mia fedele tigre spettrale dalle stalle personali, che arrivò quasi immediatamente. Ne montai il dorso, sussurrandole la destinazione desiderata. Giungemmo nella parte sud-occidentale di Feralas e congedai la cavalcatura, ringraziandola per i suoi servigi. Mi sedetti sulla baia ed immersi i piedi nelle gelide acque, contemplandone la purezza. Decisi di unirmi a loro, tuffandomi affinché fluissimo insieme. Mi disposi a pancia in su, completamente rilassata, lasciandomi trascinare dalla corrente. La luna osservò lo spettacolo dall’alto, accarezzandomi il viso con la sua fioca luce. Non so quanto tempo fosse trascorso, né quando fosse accaduto, ma mi appisolai.

Sentì il calore del sole sulla mia pelle, così aprì lentamente gli occhi. Lo vidi già alto in cielo, deducendo fosse mezzo dì inoltrato. Serbai un occhio più attento a ciò che mi circondava e compresi di trovarmi su una baia immersa nel verde, con una capanna in stile tauren ed alcune canoe. Decisi di avvicinarmi, notando un pozzo d’acqua e diversi secchi alle pendici. Immaginai un grosso calderone vicino, magari con una bella assistente orchessa! Alzai lo sguardo e vidi le pale di un’elica spinte dal vento. Estrassi la mappa e l’aprì, curiosa di sapere dove mi trovassi. Individuai la mia posizione nella parte opposta di Ahn’Qiraj, l’antica prigione del Dio Antico C’thun. “Com’è possibile che un tale paradiso si trovi in un posto simile?” Espansi la mente, perlustrando l’area in cerca di ostilità ma trovai nient’altro che un ecosistema in pieno vigore. Volsi lo sguardo alle catene montuose dietro la valle, osservandole stupita. “Possibile che queste montagne l’abbiano protetta dal miasma di morte?”

Camminai in lungo ed in largo, riportando le coordinate e mappando ciascun angolo di quel meraviglioso luogo. I miei occhi perlustrarono diverse aree, immaginando di riempirle con svariati oggetti. “Una banca sarebbe ideale ma.. Dove?” Dopo qualche istante, pensai ad un carretto incantato con accanto una sin’dorei banchiera. “Potrei lanciargli un incantesimo estendibile-riconoscibile. In tal modo, parlando con l’elfa, sarà possibile vedere il contenuto della propria banca! Sì, è perfetto!” Man mano che camminavo, più oggetti sbocciavano nella mia mente, compresa una grossa tenda di cucina. “Dovrò scrivere un paio di lettere.” Sussurrai alla smartstone di tornare al mercato nero, affinché potessi scrivere le dovute lettere d’invito per Nula, Ceera e My’Ianna. Quand’ebbi spedito l’ultima missiva, tornai sulla baia incontaminata per proseguire il tour esplorativo.

Ad un tratto, mi fermai dinnanzi ad un recinto quando un’idea iniziò a costruirsi nella mia mente: c’era abbastanza spazio per una casa! La mia forbita immaginazione iniziò a gettar i semi della fantasia, ognuno dei quali germogliò rapidamente dando alla luce una moltitudine di oggetti variamente disposti.

Pensai alla Città della Magia, alle vie traboccanti di persone ed illuminate dalla luce dei lampioni.. “Sì, i lampioni!”

Formulai frettolosamente un incantesimo d’appello, chiamando una pergamena e tutto l’occorrente per scrivere una lettera. La mia tracolla s’aprì di colpo e questi sfrecciarono verso me. Afferrai la pergamena con una mano, il calamaio con l’altra e la penna di Condor coi denti. “Non così in fretta!” Mi accomodai sull’erba, fresca e soffice, inspirando l’aria pura e crogiolandomi in quell’ambiente incontaminato. Intinsi la punta della piuma nel calamaio ed iniziai ad appuntare tutti gli oggetti immaginati, senza staccar lo sguardo dal recinto.

Il mio sguardo balzò da lampione a lampione, sino ad entrare nella taverna di Arille. “Botti, barili di scorte, sedie.. Librerie!” Gli occhi saettarono sino al portale per Silvermoon e vi entrarono senza indugio. Proseguirono indisturbati, attraversando le vie della città in cerca di dettagli che ne avrebbero catturato l’attenzione. Irruppero nel Bazaar, perlustrando fugacemente la zona.. “Tappeti rossi.. No, troppo.. Ah! Quella andrà benissimo!” Osservai assopita una meravigliosa panchina dal bordi dorati. “E so anche dove metterla!”

All’improvviso, l’epico viaggio nel flusso di pensieri mutò sfondo. Il rustico aroma del fieno trinciato raggiunse le mie narici, riportando la mente ad una ventina d’anni or sono.

Stavo aiutando mio padre a sistemare le balle di fieno sul carretto. Ero così felice di rendermi utile per la famiglia Leerch. Seppur diversa, mi accolsero a braccia aperte senza alcun pregiudizio sulla mia razza, infondendo calore ed affetto nei loro abbracci. Risero quando notai avessero due dita in più rispetto a me, non esitando a narrarmi la verità, nemmeno per un istante. Una fredda notte di Dicembre, udirono un infante piangere flebilmente e si precipitarono alla porta. Aprendola di scatto, mi trovarono in fasce e s’accorsero che stessi ridendo. Nel prendermi, un foglietto di pergamena planò a terra. Mia madre lo raccolse e, leggendone il contenuto, lacrime riempirono i suoi zaffiri. Il mio carisma li travolse come un’onda anomala, raccogliendomi e portandomi con loro. Avrebbero potuto uccidermi, date le divergenze tra le nostre razze, ma non lo fecero.

«Zalausthra, aiutami a portar questo fieno alle mucche..»

«Sì, padre!»

Commossa, interruppi quel ricordo ed aggiunsi l’ultimo oggetto alla lista. Gemetti quando m’accorsi d’aver scritto più di quattro pergamene!
«Idea! Creerò un catalogo illustrante ciascun oggetto e persino le piante, affinché un giorno altri potranno beneficiare del mio lavoro!» Ma prima, dovevo trovar una casa.. “Casa.. “

Pensai al glaciale Nord, nonché alle abitazioni umane.. Cercavo una dimora che potesse ricordare in larga parte il mio passato, immortalandolo nel presente. Un’idea sbocciò nella mia mente e mi affrettai a riportarne uno schizzo su pergamena. Quand’ebbi concluso, guardai più volte il disegno ed il recinto, definendo maggiormente i dettagli strutturali.

Soddisfatta, posi la pergamena nella tracolla. In quel momento, un’entità famigliare sfiorò le barriere della mia mente ed io l’accolsi cordialmente.

«Lei ha un tempismo a dir poco perfetto! Ho appena finito la lista di tutto ciò che desidero entro i confini della mia proprietà! Oh, a proposito.. Ho trovato il luogo perfetto!»

Percepì una presenza invisibile intorno a me, mentre narravo quanto avessi scoperto e immaginato di realizzare. L’entità fu compiaciuta dell’idea del catalogo, dandomi tre giorni di tempo per assemblarlo. Allo scadere dell’ultima luna, avrebbe inviato due architetti in mio soccorso. Mostrando loro le pergamene degli oggetti e come avessi intenzione di disporli, avrebbero realizzato quanto. Ad un tratto, la voce dell’entità s’incupì e mi narrò qualcosa di sconvolgente. Man mano, la mia espressione mutò da spensierata a preoccupata. La verità mi cadde addosso come una pioggia di lame.

«Nella Realtà, la morte di Arthas causò agitazione negli elementi e la loro crescente instabilità, sfociò in catastrofi naturali che scossero tutto il mondo. Inoltre, colui che sin a quel momento fu dato per morto, distrusse il Pilastro del Mondo nel Piano Elementale, emergendo e causandone la collisione col Regno Fisico. Gli Elementali si riversarono su Azeroth dalle quattro distinte regioni del Piano e la loro furia imperversò su tutto il globo, frantumandolo. Violenti terremoti scossero la terra; montagne eruttarono fuoco e crepe ribollenti di magma squarciarono il suolo. Gigantesche onde d’acqua cancellarono coste, causando inondazioni. I cieli divennero neri, riecheggiando d’una grottesca risata che lasciò scie di fiamme e distrusse innumerevoli territori.»

«Ysera, l’aspetto draconico incaricato dai Titani di vigilare sulle terre selvagge di Azeroth all’interno del Sogno di Smeraldo, percepì lo squilibrio del mondo ancor prima che il male lo avvolgesse. Creò una dimensione parallela illusoria, nonché l’istantanea del mondo poco prima della caduta del Lich King, salvando persino le anime dei presenti. Tuttavia la ridondanza degli eventi negativi, già accaduti in passato, rende instabile tale dimensione e la spinge verso il collasso. Il Kirin Tor monitora tali auree negative e l’Argent Crusade addestra gli eroi per tenerle
a bada. Con l’aiuto di Nozdormu, essi possono spostare le lancette del loro orologio biologico, affinché tornino ad affrontarle e scongiurare la distruzione della dimensione illusoria.»

Le sue parole mi portarono a riflettere. Rammentai quanto detto da Nozdormu qualche mese or sono, accennando a degli eventi che minacciassero il flusso temporale. Ogni qual volta una falla si apriva, gli eroi dovevano tornare indietro nel tempo per debellarne la causa. Le nostre prestazioni si adattarono al passato, rendendo ardua l’impresa ma evitando di danneggiare ulteriormente il flusso. “Quindi si riferiva a ciò..”

«Per gestir meglio questa instabilità, la Sognatrice ha creato altre dimensioni, ciascuna delle quali corrispondente all’istantanea del mondo in diverse fasi storiche.»

Vidi un bagliore con la coda dell’occhio e, infilando una mano nella tasca sorgente, ne estrassi una smartstone radiosa. L’entità mi disse d’aver incantato quella pietra, affinché altri potessero essere teletrasportati nella mia proprietà. Sarebbe bastato essere nel medesimo gruppo, nonché dimensione, con la leadership detenuta dalla sottoscritta, e sussurrare alla pietra di recarsi nella destinazione desiderata. Ci congedammo poco dopo e non col tradizionale scambio di formalità, bensì con un indovinello.

«Il bardo ha indossato un manto d’oro e smeraldo, tra urla e schiamazzi nel commercio di contrabbando. Un’epica avventura lo attende tra colli sperduti, sulle verdi ali di racconti vissuti.»
«Fantastico! La ringrazio molto.»

La presenza svanì accompagnata dall’ululato del vento. Ripresi a disegnare gli schizzi degli oggetti, molti dei quali popolarono i miei pensieri. Immaginai persino qualcosa di inesistente: un lungo tavolo con delle sedie, custodito da un piccolo gazebo. Appena conclusi l’ultimo schizzo, mi cimentai nel loro assemblaggio all’interno del catalogo, riportando sotto ciascuna immagine, alcune cifre identificative.

Visitai diversi punti del globo, riportandone accuratamente gli schizzi d’ogni oggetto che bramassi. Impiegai tre lunghi giorni per completare il mio operato, rimuginando anche sulle ultime parole dell’entità. Rimembrando la recente conversazione, un’intuizione fece eco nella mia mente, così mi fermai per sgrovigliarla. Associai oro e smeraldo rispettivamente alle scaglie di Nozdormu e Ysera, le cui proiezioni sono presenti nel luogo di maggior rilievo per il contrabbando: il mercato nero. Posi tutto il materiale di lavoro all’interno della tracolla, avvicinai la smartstone alle labbra e le sussurrai di volermi recare al mercato nero. In un batter d’occhio, mi materializzai a destinazione e cercai con lo sguardo le immagini dei due aspetti. Le verdi ali corrispondevano proprio a quelle di Ysera, ma non seppi interpretare il resto dell’indovinello. Giunsi al cospetto della Sognatrice – o per lo meno, della sua proiezione – e questa allungò il collo verso me, chiedendo la destinazione del viaggio inter-dimensionale. Non seppi risponderle e chiesi quali fossero le scelte. Una in particolare catturò la mia attenzione: la dimensione dove i racconti prendono forma. “..verdi ali di racconti vissuti! Sì, deve essere sicuramente questa!”

Tutt’intorno a me sparì quando scelsi tal alternativa. Il mercato nero divenne più tetro e non riuscì a percepire alcuna presenza al di fuori di Ysera. Feci spallucce e decisi di collaudare la smartstone incantata. Le sussurrai di essere teletrasportata nella mia proprietà e, in un batter d’occhio, arrivai poco fuori dal recinto! Mi guardai intorno e nessun architetto parve trovarsi nei dintorni, così mi sedetti sulla nuda terra per completare il catalogo. Proprio nel momento in cui rilegai il blocco di pergamene, due elfi si materializzarono vicino al pozzo e corsi ad accoglierli. Dal colore della pelle e dalla statura, capì si trattassero d’un kaldorei e un sin’dorei.

Il curioso vestiario dell’elfo della notte saltò subito all’occhiello. Seppur di esile corporatura, il folto piumaggio ne volumizzava l’aspetto. Su ciascuna spallina, era ricamato un grosso rapace con la testa di un gufo e le ali piegate in avanti. Rimasi a bocca aperta quando individuai due mezze lune coronarne il capo e racchiudenti una sfera luminosa. “La coesistenza tra il giorno e la notte.. A dir poco affascinante!” La veste ed il resto degli indumenti, presentavano lunghi fili d’argento su sfondo viola scuro, richiamanti il colore della pelle.

«Lei.. Lei è incantevole!»

Similmente ad un gufo, mosse la testa e notai un altro rapace ricamato sull’elmo. «Shaha lor’ma, Zalausthra Rukota.» rispose il kaldorei. Grazie alle mie conoscenze in Darnassian, capì fosse un ringraziamento per il complimento ricevuto.

L’elfo del sangue indossava una semplice veste azzurra e nera. La sua lunga chioma biondo chiaro era racchiusa in un altrettanto lunga coda di cavallo, dalla quale ne fuoriuscivano tre più piccole. Si accorse subito del mio sguardo smarrito, rivolto al suo collega e sospirò in segno di rassegnazione. Quando simulò un colpo di tosse, rinvenni da quella trance mistica ed arrossì visibilmente. Inoltre, facendo mente locale, compresi la gravità delle mie azioni. Cercai rapidamente di rimediarvi, staccando lo sguardo dal kaldorei e rivolgendomi al collega.

«Mi dispiace! Anche lei è incantevole..» “Ma a chi la do a bere?”

Il sin’dorei rise divertito. Il suono della sua risata cristallina riverberò tra gli alberi ed alcuni uccellini cinguettarono in risposta. Impallidì nel capire di non averlo persuaso minimamente..

«Non c’è nulla di cui preoccuparsi, non sono così permaloso. Inoltre, non è la sola ad esserne rimasta stregata.»

Emisi un sospiro di sollievo. Ero quasi riuscita a rovinare tutto.

«Come possiamo aiutarla?»

Uscì fuori dalla tracolla una grande pergamena, sulla quale disegnai l’intera area, riportando delle cifre in alcuni punti. Spiegai si trattasse di una cartina, realizzata allo scopo di agevolare la costruzione della residenza. Inoltre, avevo cerchiato in rosso le diverse zone in cui desiderassi collocare le tre donne, nell’eventualità in cui avessero accettato l’invito. Presi anche il catalogo, consegnandolo al sin’dorei. Gli elfi chinarono il capo in accordo, complimentandosi per la minuziosità dei dettagli e le stravaganti idee di progettazione.

«Iniziamo dalla casa. Ha già in mente qualcosa?»

Descrissi puntigliosamente l’abitazione desiderata, sottolineandone lo stile umano. L’architetto kaldorei spostò lo sguardo su di me, accigliato. Sembrò quasi che il gufo, appollaiato sul suo elmo, ne stesse imitando l’espressione. Con sgomento e curiosità, mi chiese la ragione di tal desiderio, così gli spiegai d’esser stata adottata da una famiglia umana e di volerne immortalare la memoria in quella casa. I due elfi si guardarono per qualche secondo, poi annuirono.

«Torniamo subito, Madama Zalausthra.» annunciò uno dei due con un inchino, poco prima di sparire insieme al collega.

Qualche minuto più tardi, mentre rimuginavo su quanto accaduto, notai il cielo oscurarsi improvvisamente. D’istinto, sollevai il capo ma ciò che si prostrò ai miei occhi superò qualunque aspettativa: una grande casa di legno fluttuava in aria, insieme ai due architetti. Accompagnavano l’abitazione verso terra, tenendola ciascuno ai due lati opposti e nuotando letteralmente con l’altra mano. Incapace di parlare, aprì la bocca in segno di stupore mentre seguivo i loro movimenti. La casa si adagiò lentamente sul terreno interno al recinto; i due artefici atterrarono poco dopo.

«Voi siete davvero impressionanti. Tuttavia mi addolora darvi questa spiacevole notizia ma… È girata al contrario. Inoltre, non riesco a salire i gradini di casa..»

Mi sentivo diversi metri più piccola dinnanzi ai loro sguardi, ma resistetti sostenendoli a testa alta. Non potevo permettere di lasciarla in quello stato. Ancora una volta, superarono le mie aspettative e mi sorrisero. Con un gesto della mano, in un battito di ciglia la casa si girò.

«Come… Voi.. Cosa.» farfugliai. La mia reazione suscitò un fragoroso scoppio d’ilarità. Si ricomposero poco dopo, chiedendo se andasse bene in quel modo. Perlustrai attentamente ogni angolo, fin quando trovai l’intoppo: il primo gradino parve peccare d’una parte, quasi fosse stata conficcata nella nuda terra. I due architetti si guardarono, scattando come saette e raggiugendo subito i due lati della casa. Afferrarono saldamente l’edificio, issandolo di qualche centimetro e ruotandolo verso destra sotto i miei occhi increduli.

«Ora dovremmo esserci.»

Dopo ciò che parve un’eternità, riuscì a riprendere il controllo dei miei arti e chiusi la bocca dolorante. Ispezionai nuovamente l’abitazione, chinando il capo in segno d’approvazione quando fui certa non ci fossero altre sorprese.

«Interessante. Potrei portarvi con me alle gare di peso massimo, tappando la bocca a quegli stupidi Ogre!» risi di gusto e contagiai anche i presenti. Li vidi dirigersi verso il giardino, impugnando rispettivamente cartina e catalogo. Chiesi se la mia presenza fosse necessaria e risposero scuotendo il capo, indicando le pergamene e sorridendo. Ricambiai dicendo di approfittarne per esplorare la casa, raggiungendomi quando avessero concluso.

La prima cosa che saltò all’occhio sul pianerottolo, fu l’assenza di una porta. Entrai comunque, adocchiando un piccolo sottoscala. “Uhm.. Questo spazietto potrebbe essere valorizzato con un quadro e dei barili..” Dopo aver fatto qualche passo, alla mia destra scorsi una rientranza, che imboccai senza indugio. Venni accolta da una maestosa pelliccia d’orso a mo’ di tappeto, con un piccolo tavolo adagiato sul suo dorso. Spostai una sedia sulla sinistra, mentre mi avvicinai al camino. Due grandi candelabri saltarono subito all’occhio, posti ai lati di un quadro. Ritornai sui miei passi e, incantata dal lussureggiante scenario, misi una mano alla tracolla ed estrassi un piccolo aggeggio di manifattura goblin.

Un oggetto simile ad un astuccio porta-pennelli, rivestito in pelle. Alzando un’estremità, sporgente dalla sua superficie, si trasforma in un dispositivo capace di catturare lo scenario inquadrato attraverso una piccola cornice posta anteriormente. L’immagine viene successivamente impressa su una pergamena speciale, stabilizzata con alcune sostanze. Essa fuoriesce da un’apposita fessura e, dopo qualche minuto, è possibile contemplarne i risultati.

Impugnandolo, inquadrai la stanza e premetti un piccolo pulsante. Un foglio di pergamena uscì superiormente, con l’immagine impressa sopra.

Chiusi lo strumento e lo adagiai sul tavolo, quando qualcosa nel quadro attirò la mia attenzione. Lo raggiunsi lentamente per capire cosa fosse e non potetti credere a ciò che vidi: la posa d’una donna in cotta di maglia, con lo scudo in pugno e l’elmo sottobraccio. Sgranai gli occhi ma la situazione non mutò. Quella donna.. Era mia madre. “Cosa? Com’è possibile..” I rumori all’esterno si affievolirono e qualcosa nella mia mente scattò. Chiusi gli occhi, proiettandomi nel passato.

Stavo assistendo mia madre, Arylia, nella fucina di famiglia. L’ammiravo molto per la straordinaria tempra, con la quale lavorava il metallo. Prima di conoscere mio padre, apparteneva all’Ordine della Silver Hand, distintasi per i nervi ben saldi ed una grande forza di volontà. Scampò alla morte per un soffio, grazie ad un temerario uomo di campo. In quel momento, sbocciò un amore destinato a fiorire in eterno. Arylia tenne fede all’antico principio sul quale si fondava l’Ordine e sacrificò il prestigioso ruolo per vivere il resto dei propri giorni affianco al suo salvatore. La notizia venne a lungo masticata, ma alla fine le fu concesso di prender congedo, a patto che avesse impugnato la spada sino alla fine della Guerra.
La sera del mio ottavo compleanno, una violenta tempesta s’abbatté su Westfall. L’impetuoso vento aggrediva le fessure della porta, che ululava in risposta. Rammentavamo il giorno in cui divenni una Leerch, seduti al tavolo consumando cacciagione e verdure. Udimmo bussare violentemente alla porta e calò il silenzio, disturbato solo dalle incessanti raffiche. Restammo basiti, essendo notte fonda, ma mio padre si alzò e andò ad accogliere l’ospite. Lo sentì mentre gridava “mai” e qualche secondo dopo un tonfo. Corremmo all’ingresso e con orrore notammo il corpo senza vita di mio padre, in una pozza di sangue. Mia madre rimase pietrificata, versando amare lacrime mentre fissava il suo amato caduto. La porta era ancora aperta, cigolando sulle note della tempesta che infuriava. Un fulmine squarciò il cielo, illuminando la sagoma dell’assassino: si trattava di un uomo tarsiato, con una folta e lunga barba rossa, un po’ più basso dell’umano medio. Gocce di sangue cadevano dalla lama della sua colossale ascia, mentre il proprietario rideva divertito.

«Non ha voluto collaborare. Datemi subito quel mostro che proteggete, o farete la sua stessa fi-»

Rapida come il vento, mi tuffai verso la custodia ove era posta Ador’Serrar, la spada di mia madre. L’assassino si accorse di me e si preparò ad afferrarmi, ma uno dei miei fratelli – il più piccolo – gli si avvinghiò alle caviglie, mordendone la carne. L’assassino mugolò di dolore e ruotò il braccio all’indietro; con un unico fendente, ghigliottinò il fanciullo.

«NO!!» gridammo in lacrime. Ciononostante impedì che il suo gesto fosse stato invano ed afferrai la custodia, lanciandola a mia madre.

Ador’Serrar, “Brave Blade”, era stata forgiata dalla stessa Arylia dopo che i propri cari vennero assassinati. La sua famiglia era l’ultima di una nobile casata ma non per questo di poca importanza. Dati i buoni rapporti coi kaldorei, la loro influenza non fu da meno, tant’è che il loro motto era “anche il più piccolo può fare la differenza.” A causa di meschini giochi di potere, fu sterminata ma Arylia sopravvisse ad insaputa dei suoi aguzzini. Si era fatta forza imbrigliando il proprio coraggio in una spada, affinché potesse vendicarsi. Lavorò per due giorni e due notti, fin quando il frutto del suo lavoro emerse dai carboni ardenti: una lunga lama argentata, con delle rune incise sopra. La guardò a lungo, dandole infine il nome di Ador’Serrar. Pose la Lama Impavida in un’impugnatura d’acciaio, rivestita in cuoio e coronata da una semplice guardia in oro zecchino.
Mia madre l’afferrò al volo, estraendone la spada. Un sibilo ultraterreno riecheggiò per le pareti, accompagnando una grande luce che accecò l’intruso. Arylia afferrò lo scudo accanto e si lanciò contro l’intruso, che riacquistò la vista e riuscì a parare il mortal fendente.

«Non male. Ma hai davanti un gran nano di montagna e non mi farò di ce-»

Mia madre mulinò la spada e ne calò la lama sul braccio del nano, amputandoglielo di netto.

«DI TE NON RESTARANNO CHE BRANDELLI!»

«MALEDETTA TROIA! IL MIO BRACCIO!»

In Quel momento, ruttai beatamente, suscitando l’attenzione dell’assassino e di mio fratello, ma non di Arylia. Approfittando della distrazione del suo avversario, infilzò il nano trapassandolo da parte a parte. La bocca gli si riempì di sangue, che sputacchiò inzuppando la barba.

«Tu.. Una donna..» disse boccheggiando.

«Marcisci all’inferno.»

Sfilò la spada e, guardandolo negli occhi, ne mozzò il capo. Questo rotolò per qualche secondo, fermandosi proprio davanti a me. Lessi un’espressione di odio misto a sgomento, nonché paura iniettata nel suo sguardo smarrito.
Mia madre si girò verso di me e notò stessi abbracciando mio fratello, che fissava il corpo di nostro fratello minore. Avevo del sangue addosso, così gettò spada e scudo, correndo verso di noi con fare preoccupato.

«State bene?»

In quel momento, mio fratello rinvenne e guardò mia madre, chinando il capo. Io ruttai di nuovo e ridemmo. Arylia chinò lo sguardo sul mio piccolo ventre, gettando un gridolino quando vide il rigonfiamento d’un braccio. Rise di gusto e mi abbracciò forte, causando l’espulsione di altro gas. Un grido squarciò quella ritrovata pace, e non era il nostro. Ci girammo di scatto verso la fonte, vedendo un uomo della medesima corporatura dell’assassino. A differenza del precedente, portava una lunga veste di stoffa violacea ed una grossa mazza alla cinta.

«Non doveva finire così.. Fratello mio..» Con occhi iniettati di sangue, guardò mio fratello ed iniziò a ruotare la mano. Il giovane gridò spaventato mentre si sollevò da terra, arrivando al tetto. Quando il nano strinse il pugno, sentimmo il tipico rumore d’ossa frantumate e l’esile corpo cadde a terra, privo di vita. Il nano indicò me.

«La vita di tuo fratello per quella del mio. Ho letto nella tua mente quest’informazione, piccolo mostro. Donna, consegnami questa creatura maligna che osi chiamare figlia e non ti verrà fatto alcun male.»

«Tu.. Entri in casa uccidendo mio figlio ed ora abbai anche ordini? Ficcatele in culo le tue pretese!» concluse sputando verso il nano.

In pieno shock, non seppi se piangere od urlare ma mi limitai ad osservare il sanguinoso scenario al quale assistetti. Il tozzo uomo non si fermò e le tenebre ne avvolsero rapidamente il pugno, fino a creare una lancia di fumo nero che mi scagliò addosso. “Stregoneria..” Sapevo che da lì a poco avrei raggiunto i miei cari e volli guardare mia madre per darle un ultimo, intenso addio. Con orrore, la guardai tuffarsi verso me, intercettando la lancia e venendo trafitta da parte a parte. Si girò lentamente, sorridendomi e sputando sangue, per infine accasciarsi a terra.

«MADREEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE!»

Di colpo, tornai alla realtà, ansimante. Udì qualcuno appellarmi e mi voltai, scorgendo il capo dell’architetto kaldorei.

«Madama, si sente bene?»

«Sì, grazie.»

«Mi rincresce disturba-»

«Non si preoccupi!» tagliai corto sorridendogli «Non ha interrotto nulla di piacevole. Piuttosto, saprebbe dirmi dov’è stata prelevata quest’abitazione?»

«Nelle gelide lande di Howling Fjord.»

Non compresi come quel quadro fosse finito così lontano. “Magari è stato acquistato da un nobile..” «Ed era abbandonata?» L’elfo chinò due volte il capo. «Capisco. Dalla sua presenza, deduco abbiate concluso.»

«Non esattamente, madama. Abbiamo diviso i compiti, ed ora il mio collega si trova a riempire l’areale accanto alla capanna. Tuttavia, dovrò congedarmi presto.»

«Ottimo! Beh, dato che si trova qui, potrebbe aiutarmi a riempire la dimora con qualche oggetto?»

«Certamente. Mi dica pure cosa desidera.»

Così, gli spiegai ove desiderassi collocare i barili delle scorte alimentari, il mobiletto kaldorei con la ciotola di mele ed il resto degli oggetti.

«Questa sedia non mi convince..» feci per toglierla, ma mi accorsi con sgomento che fosse come incollata al pavimento. «Potrebbe per favore sovrapporne un’altra identica?»

Così, l’elfo della notte salì sulla sedia. D’incanto, gli arti inferiori divennero trasparenti e lui sprofondò letteralmente nel pavimento. Osservai incredula mentre una copia esatta della sedia soppiantava l’originale.

«Lei realizza i miei desideri, dico davvero..»

Rise di gusto e si diresse verso il sottoscala, fermandosi dinnanzi la parete.

«Qui non mettiamo niente?»

«Pensavo ad un quadro, ma non saprei quale..»

«Aspetti qui. Torno subito.» disse mentre spariva.

Come preannunciato, riapparì poco dopo e si posizionò con le spalle al muro. Emisi un gridolino quando il suo corpo divenne trasparente. Lo osservai stupefatta, mentre fece un passo all’indietro entrando nella parete. Vidi un quadro materializzarsi al centro di quest’ultima, dal quale ne uscì l’architetto. Contemplammo insieme il dipinto, illustrante due pianeti ignoti immersi nello spazio e illuminati dalla luce stellare. Mi complimentai per la maestria dimostrata e questi mi ringraziò con un gesto del capo. Disse anche di raggiungere il suo collega, dando uno sguardo a ciò che la circondasse. Lui sarebbe rimasto a completare l’operato, muovendosi sulle linee guida precedentemente accennate.

Non me lo feci ripetere due volte e, armandomi d’astuccio, corsi all’esterno. Sembrò come se avessi irrotto in un luogo fantastico, ascoltando assopita il fruscio dell’acqua. Mi girai, osservando meravigliata una grande fontana circondata da cespugli di mirtilli rossi alla base. Sollevai il capo, notando tre fanciulle in pietra danzare intorno alla cima. Scorsi alcune sedie alla sinistra d’un cespuglio e mi accinsi a raggiungerle. Vidi un lungo tavolo da campeggio, con diverse sedie ai lati e protetto da un gazebo.

Proseguì oltre, svoltando l’angolo, dimora d’una grande botte.

«Oh, madama. Cercavo proprio lei.» alzai lo sguardo e vidi l’elfo della notte sul pianerottolo di casa. «Avrei una piccola modifica da apportare all’ubicazione della panchina, se permette.»

Lo guardai chinando ripetutamente il capo e questi mi indicò dove volesse metterla.

«Sì sì, è perfetto! Grazie mille.»

«Tenga anche questo.» mi consegnò un foglietto di pergamena con alcune rune incise sopra. «Trattasi di un appello al sottoscritto. Potrà usarlo una sola volta prima della sua distruzione, ed io le verrò in soccorso.»

Lo ringraziai mentre si fermò sul ciglio dell’ingresso e, un attimo dopo, una porta si materializzò esattamente laddove desideravo fosse.

«Caspita!! Ma come..» lui rispose facendo un risolino soddisfatto. Si accomodò sulla panchina e mi invitò a far lo stesso. Contemplammo il panorama per qualche minuto, finché tempestosi nuvoloni oscurarono il cielo. «Oh no, non è il momento. Rimandate a più tardi.» detto ciò, batte due volte le mani e, sotto i miei occhi increduli, il cielo tornò sereno.

Continuai ad esplorare con crescente curiosità, perlustrando la zona circostante. Vidi due tigri spettrali a dondolo, affiancate da un tappeto volante, sulla baia oltre il recinto.

Mi promisi di farvi un giro più tardi. Percorsi la via laterale alla casa e l’occhio cadde su due latrine al muro. Sebbene conoscessi tutti questi oggetti, l’emozione di vederli posti dove desiderato mi travolse come un fiume in piena. Sopraffatta, decisi d’inaugurare una delle due, dalla quale ne uscì dopo una decina di minuti. Continuai il mio tour solitario, adocchiando del fumo all’ingresso del recinto. Corsi a controllare, gettando fugace occhiate a tre lampioni fluttuanti che illuminavano il vialetto. Mi fermai laddove s’interruppe la staccionata, individuando la fonte di cotanta curiosità: due grossi bracieri in stile Warsong erano posti di guardia all’accesso del recinto, sbuffando piccole coltri di fumo. Li superai, volgendo lo sguardo al pozzo della capanna e trovandovi un grosso calderone vicino. Alla mia destra, si aprì una schiera di manichini ed un piccolo carretto. Proseguendo, ascoltai una voce chiamarmi dall’alto e, alzando lo sguardo, vidi l’architetto sin’dorei appollaiato sul ramo d’un gigantesco albero dalla chioma rossa. Mi guardava ridendo, così mi accorsi d’aver la bocca aperta, trovando la fonte di cotanta ilarità nell’aver assunto la tipica espressione di pesce.

«Sono allibita da quanto lavoro abbiate fatto in così poco tempo.. È paradisiaco!»

«No. Tutto ciò che vede è stato realizzato dal mio collega. Non ho alcun merito.»

«Molto bene. Allora son curiosa di vederla all’opera! Posso osservarla?»

«Certamente. E mi dica, quali di queste scale le piacciono di più?»

Osservai attentamente ciascuna scala indicata, dalla più piccola alla più grande, ma nessuna mi piacque particolarmente. Esposi la mia idea e mi propinò una serie di panchine in pietra che avrebbe impilato le une sulle altre, decentrandole appena per creare una scala. Anche queste non suscitarono alcun interesse, così schioccò le dita e la sezione trasversale d’un piccolo tronco si materializzò davanti a me: fu amore a prima vista. Un ghigno compiaciuto si disegnò sul viso dell’elfo, che spiccò il volo raggiungendo l’altopiano in un battito di ciglia. Si sporse dalla roccia, fluttuandone in bilico, evocando infine il medesimo tronco. Ripeté quanto annunciato e, dopo qualche minuto, creò una vera e propria scala!

«Se continuo così, entrerò dentro casa!» sghignazzò, contagiandomi.

«Beh, potrebbe inserire delle piattaforme..»

«.. E riprender poi la costruzione della scala. Buona idea!»

Nel frattempo, il kaldorei uscì di casa annunciando di aver concluso i lavori e prendendo congedo. Mi auspicai di rivederlo presto, ringraziandolo di cuore per quanto avesse realizzato. Fece un cenno con la mano in risposta, poi sparì. Per quanto volessi osservare quel minuzioso lavoro sin’dorei, non resistetti all’idea di esplorare le altre aree.

«Prendo temporaneo congedo. Sono troppo curiosa di vedere cosa si cela dietro quell’albero!»

«Faccia pure.»

Superai alcune delle imponenti radici del rigoroso albero e rimasi di stucco quando un piccolo grill saltò all’occhio, con un tavolo a qualche metro di distanza. Due sedie erano collocate ai lati, con affianco una grande tenda zebrata di viola. Presentava un bancone, nonché diversi utensili culinari quali un piccolo calderone al centro.

Proseguì fino alla baia, ove trovai le tigri a dondolo. In quel momento, sentì la voce dell’architetto bussare alle porte della mia mente.

«Ho concluso. Necessito però della sua conferma.»

«Arrivo subito.» ma non andò esattamente come avessi programmato. Il corpo sparì rapidamente e venni teletrasportata ai piedi delle scale neo-formate. «Tempismo perfetto..» scherzai. Senza indugiare oltre, salì gradino dopo gradino, pedana dopo pedana, sino a raggiungere l’altopiano. Una piccola tenda centrava l’area, con un braciere posto di guardia. «Perfetto!!»

«Vuole addobbarle?» disse rivolgendosi alle pedane.

L’idea di riempirle non solleticò alcun desiderio, né tanto meno seppi quali oggetti inserire. Chiesi dunque un suo parere e mi propose di collocare un braciere di Orgrimmar su ciascuna pedana. Fu allora che la mia immaginazione venne stimolata, aggiungendo dei bracieri a torretta ai lati dell’ultima pedana. Quanto alla penultima, era stata casualmente posta con la vista sul mare, dunque decisi di valorizzarne la posizione inserendo una panchina ed un lampione. Codesta fonte di luce non desistette a toccar terra, così l’elfo si comportò similmente al collega qualche ora prima. I suoi arti inferiori divennero trasparenti e sprofondò nella pietra, ove vi collocò perfettamente il lampione.

«Bellissimo! Vi selezionano per la precisione oppure è una sua indole?»

«Sono io ad esser preciso.»

«Me ne sono accorta! Non è una critica, attenzione! Sono assai compiaciuta del suo operato. Mi dica.. C’è un modo per accenderlo, senza consumare energia?»

«La ringrazio molto. Sì, aspetti un attimo.» disse sparendo. Riapparve poco dopo, stringendo una bacchetta in mano. Roteò il polso e la puntò contro il lampione, che si accese immediatamente. Esclamai con entusiasmo, applaudendolo, chiedendo dove potessi acquistarla.

«Lo stesso gnomo delegato per la loro accensione. Può trovarlo tra l’accesso dell’innkeper e quello del quartiere Silver Covenant di Dalaran. Inoltre, la bacchetta possiede cinque cariche.»

Scendemmo al suolo e mi chiese se ci fosse altro. Gli parlai dei lampioni fluttuanti in giardino, volendo ripetere quanto avesse realizzato sulla penultima piattaforma. Nel giro di pochi minuti, i lampioni posarono perfettamente sul terreno.

«Se non fossi lesbica, la inviterei a cena. È davvero fenomenale.» rise di gusto al commento piccante ed aggiunsi chiedendogli se volesse apportare qualche modifica alla residenza.

«No. L’operato del mio collega è impeccabile.»

Chiesi d’intrattenersi qualche momento, così salì i gradini di casa e mi ritrovai un’altra porta davanti. Spinsi le ante, che si aprirono di scatto verso l’interno. Osservai i barili nel sottoscala, proseguendo verso l’area culinaria. Un mobiletto stile kaldorei affiancava la libreria, con una grossa ciotola di mele rosse sulla parte superiore. Dalla parte opposta, un calderone in pietra a forma di calice. Al tavolo era stata aggiunta una sedia, con lo schienale alto e più nobiliare. Il camino era acceso e mi sedetti ad ascoltare il legno scoppiettare, meditando qualche secondo. Mi alzai e corsi verso le scale, adocchiando una libreria nell’angolo dello studio. Voltai l’angolo, spinsi le ante della porta ed uscì sul pianerottolo, accomodandomi sulla panchina in stile sin’dorei. Rientrai in casa qualche attimo dopo, salì le scale ed accessi la piano superiore. Un’altra libreria era stata affissa alla parete in fondo, mentre un’altra porta bloccava l’accesso alla mia camera. L’apri, facendovi capolino ed ammirando un piccolo letto con affianco un guardaroba. Scesi rapidamente, uscendo dall’entrata secondaria ed immettendomi in giardino.

«Tutto okay! Vuole che le prepari qualcosa per ringraziarla?»

«No, la ringrazio ma non posso intrattenermi oltre. Altri impegni urgenti richiedono la mia presenza.»

«Oh beh, sarà per un’altra volta! La saluto e grazie ancora!»

Fece un inchino e sparì. Trascorsi la notte in tenda, contemplando la vista sul mare ed ammirando la proprietà dall’alto. Un lussureggiante verde incontaminato circondava l’abitazione, conferendovi un aspetto puro e fatato.

Soddisfatta, mi addormentai ammirando il cielo stellato, pensando ai recenti eventi.

Mi svegliai la mattina seguente sbadigliando. Uscì dalla tenda e volsi lo sguardo alla casa sottostante. Urlai dallo stupore quando vidi la porta fuori dall’ingresso ed il quadro del sottoscala fluttuante in aria. Senza perder tempo, incantai la superficie sotto i miei piedi con l’incantesimo Slow Fall; presi una breve rincorsa e saltai nel vuoto. Planai sino al giardino, atterrando poco dopo sul primo gradino. Osservai una parte dello stesso conficcata nella terra. “È come se si fosse girata, ritornando alla posizione in cui era stata posta in origine.”

Feci irruzione in casa e notai la cucina avesse subito i danni peggiori: una delle sedie era sparita, una parte del mobiletto era stata inghiottita dalla parete ed il calderone a forma di calice fluttuava in aria. Corsi sul pianerottolo, e anche qui la porta si era staccata dalla sua dimora. Risi istericamente quando vidi metà panchina conficcata nella parete. Decisi dunque di immortalare quel buffo momento e posizionai il dispositivo-cattura-scenari su una mensola. Pronunciai alcune parole magiche ed una copia di me stessa si staccò dal mio corpo. Raggiunse la piccola macchina gobln e, quando mi fui messa in posa, premette il pulsante. Con un gesto della mano, la copia sparì in una coltre di vapore.

Estrassi il foglietto di pergamena con delle rune incise sopra, che recitai. All’improvviso, l’architetto kaldorei si materializzò davanti a me, chiedendo cosa fosse successo. Gli dissi di darsi uno sguardo intorno per capirlo.

«Santo cielo.. Mi dispiace tanto, madama! Sistemo subito.»

E così fece. Senza che me ne accorgessi, tutti gli oggetti erano ritornati al loro posto. Lo ringraziai e questo si congedò con un cenno del capo. Corsi in giardino e mi diressi verso l’ingresso. Il mio occhio cadde su una cassetta delle lettere circondata da grosse zucche. “Caspita, dalla foga di veder tutto non l’ho proprio notata! Ma è bellissima!” Tirai fuori tutto l’occorrente per scrivere una lettera, desiderosa di informare i miei amici sulle ultime avventure!

 

 

6 febbraio 2018
19:32
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andrea95

Azerotthiano
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bellissimo racconto.

stupendo

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