I Cavalieri di Azeroth (Estratto del diario di Niivaedar) | Miti e Leggende | Forums

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I Cavalieri di Azeroth (Estratto del diario di Niivaedar)
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31 Maggio 2016
12:51
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Niivaedar

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Diario di Niivaedar Ley’nhar, estratto.

Redatto il giorno 6 gennaio (anno corrente), presso la taverna di Dalaran.

 

“Scrivo queste brevi memorie per fissare su pergamena quanto è avvenuto tre giorni fa, in una locanda presso il villaggio di K3. Giunsi sul luogo a serata inoltrata. Circa le 20 p.m. minuto più, minuto meno. Salutai i gentili ospiti, goblin amichevoli con i quali intrattengo da tempo amabili conversazioni. Tuttavia costoro non mi salutarono. Sembravano…assorti. Così assorti da essere immobili, oserei dire pietrificati. Cristallizzati in un infinito istante. Stranamente non vi badai troppo, poiché al tavolo sedevano due Elfi Alti, aspetto nobile, dai quali emanava un incredibile fascino, nonché…potere. Con un sorriso cordiale, seppur distaccato, mi invitarono al tavolo, senza proferire verbo.
Sul luogo, una calma surreale…
Impacciato, mi servii dell’ottimo cibo che Slirk come al solito ci aveva messo a disposizione. Come mia abitudine, tentai di intavolare una conversazione con i due commensali. Con l’elfa fu più facile, sebbene fosse di poche parole. Tuttavia quello che scoprii essere il fratello della signora si atteggiò in modo assai particolare. Con sguardo impenetrabile mi fissava, senza toccare cibo. Talvolta, se gli rivolgevo una domanda diretta, replicava in modo distaccato con brevi monosillabi. Iniziai a perdermi come mio solito negli anfratti della mia mente, analizzando il volto dell’elfo. Innanzitutto la statura, che mi sembrò lievemente superiore alla media del mio popolo. L’accento… troppo perfetto seppure troppo distante. Sembrava l’accento di un elfo alto di numerosi secoli addietro. Millenni forse. Non solo. Per quanto privo di particolari inflessioni che mi permettessero di comprenderne la provenienza, certo è che il suo accento non fosse neutro…anzi, non pareva neanche totalmente elfico. Sembrava… no, non poteva essere così. Spostai la mia attenzione sull’aspetto. Curato, come un qualunque elfo alto, eppure… selvaggio. Se anche ogni piega era perfetta, ogni capello sul suo capo liscio e disinvolto, il suo aspetto non parlava di eleganza e di cura, né di ordine e disciplina. Bensì di ferocia, impossibilità di essere domato.
Ma ciò che più di ogni cosa mi fece sussultare fu lo sguardo. Lo stesso sguardo che mi aveva rivolto la sorella. No, non lo sguardo di un elfo. Passionale e stanco, saggio e feroce, e incredibilmente…datato. Uno sguardo che comprende prima di vedere, uno sguardo che… vede ciò che non è detto…che non è accaduto.
La mia analisi fu tuttavia spezzata, quando mi accorsi che l’elfo aveva iniziato a parlare. O meglio, a vaneggiare! Per quanto l’aura che lo circondava parlasse di antichi eventi del passato, sicuramente non giustificava le parole che l’elfo stava pronunciando! Gli eventi che narrava, gli accadimenti cui affermava di avere assistito erano troppo distanti nel tempo perché vi potesse aver presenziato! Ma soprattutto alcuni di essi…non erano ancora avvenuti.
Ormai certo di star presenziando a un inganno o a una scena da teatro di pessima qualità, terminai l’ultimo boccone della carne di prima scelta come sempre messa a disposizione del macellaio di fiducia della taverna, Grillix. Notando la mia incredulità scettica, l’elfo pazientemente mi invitò ad accompagnarlo all’esterno. “E’ importante che vediate una cosa”, mi disse. Giunti fuori, quasi ipnotizzato dalle movenze dei due fratelli, non notai ciò che invece avrei visto qualche minuto dopo: i fiocchi di neve che cadevano dalle nubi erano, incredibile a vedersi, sospesi nell’aria. Al pari dei proprietari della locanda, anch’essi parevano cristallizzati nel tempo.
L’elfo iniziò a spiegare, con una incredibile lemma, che comprendeva il mio cinismo nei suoi confronti. E riprese a raccontare le sue gesta, ma ormai non lo ascoltavo più. Perché finalmente compresi. Quando vidi il colorito della sua pelle lentamente mutare colore, assumendo una venatura dorata, e dalla cute emergere davanti ai miei occhi una miriade di squame, non ebbi più bisogno di spiegazioni, né di attendere che la mutazione progredisse: lo sguardo, l’accento, l’aspetto, la statura, ora tutto acquisiva un senso…davanti a me si ergeva un aspetto draconico!
Mentre anche la sorella seguiva l’esempio del drago, le mie gambe cedettero allo stupore, e caddi in ginocchio. Avrei voluto scusarmi per la mia maleducazione, ma non fu necessario. Rimasi in silenzio, mentre il drago bronzeo riprese a parlare, con un lieve sibilo nella voce. Sussurrava, eppure pareva che il suo eco riverberasse in tutto il continente.
“Elfo Niivaedar – mi disse – alzati in piedi e ascolta le mie parole. Il mio nome è Andormu, al mio fianco mia sorella, Nozari. Da tempo fummo incaricati dal nostro padre, il potente Nozdormu, di sorvegliare il corso del tempo in sua assenza.
“Le forze – proseguì la sorella – che tentano di scavalcare l’ordine degli eventi si accumulano, e privi della guida del signore dello Stormo dei draghi di bronzo, noi vacilliamo. Per questo abbiamo deciso di avvalerci del contributo dei mortali, per guidare il flusso temporale nell’attesa del ritorno di nostro padre, impegnato nei conflitti contro gli Dei Antichi.
“Noi conosciamo la tua storia – riprese Andormu – e vediamo ciò che cerchi. I Cavalieri di Azeroth sono già attivi da tempo, e percorrono la storia per correggerne gli sbalzi. Tuttavia necessitiamo ora di un nuovo nucleo portante, una nuova élite di validi protettori della storia. Ti riveleremo i loro nomi, affinchè tu possa portarli al più presto al nostro fianco.”
Il drago appoggiò il muso, con delicatezza, sulla mia fronte, e dal tepore che emanava io trassi visioni di ciò che fu, sarà e doveva essere. E vidi volti, di ogni razza, di ogni tempo, impregnare la mia memoria: i volti dei nuovi Cavalieri di Azeroth. E vidi la sede scelta dai due fratelli come dimora, rifugio e fortezza del clan di cui erano i protettori e guide. Nel retro di Lunargentea, appartata e celata ad occhi indiscreti, protetta e gloriosa, si ergeva “Timeless Terrace”, la Terrazza Senza-Tempo.
Terminata la visione, mi accorsi di aver chiuso gli occhi, e riapertoli non vidi nessuno di fronte a me. Certo della verità dei miei ricordi, che ora fisso con queste brevi parole, ormai fuori dalla stasi temporale, ripresi il cammino. Ma la mia destinazione era mutata…”
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